Mitologia biografica di “E”

Mitologia biografica di “E”

L’immaginazione di un bambino irrequieto, stretta al corpo di un uomo, s’intensifica fra le mani dello scrittore Massimiliano Fusai il quale, volgendo il proprio impianto interiore alla carta, restituisce al mondo pagine infagottate di mistero, poesia, fantasia e realismo.

È un cuore sanguinante che batte forte quello dell’autore, palpita spezzato e vivo in un succedersi di accadimenti che attirano l’attenzione del lettore sugli eventi in corso, suddivisi fra belle descrizioni e dialoghi conformi alla veridicità.

“Narratore nato è colui che porta la propria vita in un cammino simbiotico con il dolore, spesso in un processo masochistico di cadute dalle quali, per natura, non ci si può sottrarre, spingendosi, difatti, in una sensazione di mestizia ricercata o determinata dal fato, indispensabile alla penna per delineare in un’opera le diverse tonalità d’inchiostro. Ragion per cui ogni scritto affidato all’editoria o chiuso nel buio di un cassetto è, in realtà, una biografia.”

Con una personalità decisa e allo stesso tempo un poco convoluta, i protagonisti vengono espulsi come feti dall’interno del Nostro che coabita costantemente, nelle pagine, in una cruenta lotta tra il bene e il male, tra la ratio e la follia, incentrandoli con stile in un gioco psicologico che un attento osservatore cattura.

Accidentalmente – o almeno ritengo – l’autore si coalizza con una morale di natura cattolica per punire le figure emblematiche che hanno privato l’uomo del paradiso terrestre: il serpente tentatore e la donna disobbediente.

Così “striscia su carta” un uomo con la capacità di abbandonare le spoglie mortali per tramutarsi nel viscido rettile citato, alla perenne ricerca di bambine, al fine di bloccarne la crescita fisiologica per mantenerne intatta l’anima fanciulla. Difatti, egli si nutre della fragilità puerile rosa per poter sopravvivere… e muore del suo stesso veleno se osserva che le fanciulle stanno maturando un carattere da adulte.

“Stai già crescendo, non devi diventare donna!” grida l’animale con occhi color rosso demoniaco… Egli le nutre e vuole instaurare un rapporto che sia anche paterno, le vuole per sé in tutto e per tutto… terrorizzandole. Odia le donne, che vorrebbe condannare alla morte, preceduta da atroci torture. Le femmine dalle gambe slanciate e dalle forme appetibili offrono il seno alle bocche degli uomini libidinosi, non alle gengive dei propri pargoli, secondo l’idea del serpente, sono tutte puttane e non amano i figli!

Si scopre nel proseguo della lettura un tormentato complesso di Edipo negativo, non limitato all’età transitoria, in quanto il rettile, vittima – carnefice, è il frutto di un legame debole, cresciuto fra la noncuranza della genitrice negligente che non gli serbava carezze e affetto.

Il Nostro strattona gli adulti, con frasi elaborate e non palesate, fino a spingerli alla riflessione, sottolineando con la stessa modalità, che i bambini vanno curati, amati e compresi, sempre e comunque. Difatti la sua opera si veste di favola e crea personaggi capaci di osservare i sogni dei pargoli e di tutte quelle anime che un tempo hanno goduto della fanciullezza. Una specie di Dio rinnovato che attraverso il gioco e la violenza restituirà la serenità ai protagonisti che rischiano di spegnersi.

Trattandosi di un un’opera con un filo conduttore giallo, evito di aggiungere ulteriori dettagli alla trama, limitandomi a svelare solamente che, nonostante il desiderio di normalità dei protagonisti, questi non si svestiranno del loro abito di salvatori dell’umanità.

Chi ha determinato il loro destino? Il Nostro non lo riporta. Ma la mia anima da sognatrice se ne arroga il diritto.

Sono il richiamo delle anime pure che coabitano in corpi fanciulleschi, carichi della consapevolezza che i mostri camminano loro fianco a fianco: non hanno visi da orchi né corpi da streghe ma vestono di normali sembianze umane.

Il Nostro ha orecchie per quelle docili voci che cercano protezione, non solo dalle figure genitoriali ma da tutti gli adulti che per dovere dovrebbero provvedere alla loro tutela. La fantasia creativa è un’ottima tattica per questo.

La fanciullezza muore quando i sogni si spengono. Per tal motivo non dimentichiamo i bambini sprofondati in un sonno senza sogni, covato in un corpo appesantito dagli anni. Anche loro meritano aiuto. Sono le povere anime prigioniere in sagome che comunemente, dai bambini, vengono denominati “i grandi”.

RECENSIONE A CURA DI

Serena Careddu

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